Straight to Blood - II

LONDRA 1850

La città puzzava.

Era un odore quasi solido, un tanfo inacidito di sporcizia, carne, e vapori venefici industriali.

Ma quella era casa.

Will tornava dal collegio quasi sempre felice, non appena il treno annunciava Kings Cross il suo giovane cuore accelerava di qualche battito e un sorriso gli riempiva il viso, “Casa”.

Spesso c’era una carrozza ad attenderlo, a volte nella carrozza trovava dei mochi fatti dalla madre, sempre però lo attendeva Victor;

La figura alta e slanciata dell’uomo era per Will una certezza, i folti baffi che si accarezzava, compiaciuto senza palesarlo, ogni volta che il giovane gli stringeva la mano o lo abbracciava affettuosamente, il completo perfettamente stirato e gli occhiali ostinatamente aggrappati alla radice del naso adunco.

Quando al collegio si sostituì l’università non cambiò molto, gli anni si susseguivano, il puzzo di Londra cresceva ma Victor era sempre lì, ad attenderlo al binario.

Quando William Keats si trovava a frequentare l’ultimo anno di letteratura a Cambridge, “un corso di laurea degno di un perdigiorno come lui” soleva borbottare il padre, sulla china dei sui ventiquattro anni, scoprì che Victor non era lì.

Il solito sorriso che incorniciava il suo volto asimmetrico si incrinò ma, essendo da poco passato il solstizio d’inverno, era più che probabile che il buon vecchio si fosse beccato un raffreddore.

“Bah, forse ora imparerà che un papillon, per quanto inamidato, non può sostituire una sciarpa di lana”.

Scese dal treno solo, una figura alta e allampanata, forgiata più dallo studio che non dal canottaggio e dal cricket, il passo deciso di chi ha la vita davanti e il mondo in mano.

“Chissà se la vedrò al ballo di domani …”

Il soggetto dei suoi pensieri era la bella Rosaline, figlia minore del Visconte Adams;

Per tutto l’autunno il ricordo delle sue labbra morbide e dei capelli dolci come i suoi baci avevano scaldato il cuore del ragazzo e ora, finalmente, l’avrebbe rivista.

Scese dall’umile calesse preso a nolo e si diresse verso la residenza di Kensington.

Pregustava le parole dolci e composte in quell’inglese così formale della madre e i borbottii bonari del padre in egual misura.

Sentiva già in bocca il dolce alla melassa della signora Pots, l’odore acre delle stalle dove avrebbe accarezzato Kuro, il suo cavallo preferito, e la comoda familiarità della vecchia poltrona in cuoio rossa su cui si sarebbe accucciato con dello sherry a leggere polverosi tomi latini.

Bussò e attese di essere annunciato.

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