Straight to Blood III

LONDRA 1853


Il vento soffiava gelido nei sobborghi di Londra.

Era Febbraio e i luoghi in cui ripararsi erano già colmi di senzatetto e mendicanti.

Will procedette spedito verso la sua destinazione, i lunghi capelli neri venivano sollevati appena dalle folate spietate, troppo sudici per volare liberi.

Quei tre anni lo avevano cambiato, il volto sempre sorridente si era fatto scheletrico e angosciato, il fisico snello ma indolente divenuto emaciato e nervoso, gli occhi spilli incorniciati da zigomi affilati.

Non era più il ragazzo infantile e allegro di sempre, niente dolcetti e libri antichi per lui.

Lasciò che l’ombra di un sorriso aleggiasse sul viso scarno.


“Sei arrivato finalmente!”

Un uomo dalla corporatura pesante gli si parò davanti, le braccia strette al petto e il pancione carico di birre che si alzava e abbassava ritmicamente.

“Quanto sei riuscito a procurartene?”

“Abbastanza Sir.”

Il colpo alla nuca giunse inaspettato.

“Non ti azzardare a dare giudizi, ti ho chiesto la quantità inutile feccia bastarda!”


Will strinse i denti e consegnò le once di Lautano.

L’uomo, il suo padrone, pensò rabbrividendo, gli gettò una manciata sparuta di monete sul selciato sudicio.

“Ne avrò bisogno presto muso giallo, quindi vedi di non morire in un angolo!”

Non aspettò repliche, si girò e scomparve nei vicoli.


Come sempre la rabbia montò nel cuore del giovane, come sempre la racchiuse in un angolo buio del proprio cuore: come Herbert ce n’erano tanti, uomini grezzi che vivevano come parassiti con commerci illegali di cose o persone, lui non era peggio o meglio degli altri.

“E” pensò” alla fine neppure io sono tanto migliore”.

Era un pensiero desolante per un gentiluomo come lui, di nuovo questa considerazione portò lo spettro di un sorriso sulle labbra screpolate.


Non era altro che un parassita lui stesso, si nutriva di un vizio pericoloso e letale come il commercio di Laudano e Oppio, gestito principalmente da mercati orientali.

Aveva cercato altre strade, strade oneste, quasi pulite ma non c’era scampo, senza manualità e con un viso come il suo poteva solo restare nelle ombre venefiche.


Non si era mai considerato un bel ragazzo, troppo sgraziato, alto e strano ma nel primo periodo gli erano state avanzate diverse proposte da gentiluomini inglesi; quanto era rimasto sconvolto e disgustato da quelle avances, li avrebbe voluti sfidare tutti a duello, e così, aveva bruciato anche la possibilità di fare il mantenuto.

“Sciocco bamboccio viziato”


Il fatto di avere come madre una mezzosangue giappo-cinese gli consentiva di parlare correttamente entrambe le lingue, uno dei pochissimi in città, e questo avrebbe potuto garantirgli un incarico dignitoso da alcuni dei grandi imprenditori che si ingrassavano con vari commerci.

Ma il nome della sua famiglia e i suoi tratti somatici erano troppo riconoscibili, doveva lavorare nelle tenebre.


Quando portava a termine un incarico si concedeva il lusso di riposare in una locanda in riva al fiume; era un posto ben lontano dagli sfarzi di un tempo ma relativamente pulito e con del Gin quasi bevibile.


Arrivato al Mermaid dream cercò di darsi un contegno ed entrò.

Il puzzo di corpi accaldati e della birra di scarsa qualità era ottemperato dal profumo dello stufato che veniva servito da cameriere quasi graziose, finché non sorridevano almeno.

Si accorse di avere fame.

Forse, con qualche moina, avrebbe convinto la vedova Salinger a fargli uno sconto sulla camera e chissà, forse persino a portargli una tinozza di acqua con cui lavarsi; aggiungendo alle moine qualcosa in più avrebbe potuto mangiare e bere, almeno per quella notte.


“Sal! Ehi Sal! “

Alzò un po' la voce perché la donna, pienotta e sorridente, con un seno quasi trasbordante,

lo potesse udire nella confusione generale.

“Eccolo qui il mio scheletrico mascalzone preferito!”

La voce di Emily era acuta e volgare ma con una vena di affetto:

“Cosa ti porta in questo umile tugurio caro?”

Era uno scherzo che andava avanti da più di sei mesi.

“Sai che possiedi la miglior locanda di Londra Sal, e sai quanto amo il tuo stufato…”

“Sì,sì ragazzaccio, so dove vuoi andare a parare. Ti faccio preparare una stanza, una ciotola e…” lo squadrò intrigata e disgustata al contempo “e direi anche un bel bagno con molto sapone!”

Il fatto che gli offrisse anche la possibilità di lavarsi, con del sapone! , implicava con certezza che sarebbe venuta nella sua stanza quella notte.


Will la sollevò per quanto possibile e le stampò un bacio sulle gote rotonde.

“Ti amo Sal!”

Mentre arrossiva furiosamente la donna gli tirò un amichevole sberla.

“Vai a bere qualcosa sudicione!”


Will stava ancora sorridendo quando lo vide in un angolo buio della locanda; il suo posto preferito a dirla tutta, si sedeva a quel tavolo più tranquillo ad ogni giorno di paga mentre scolava gin scadente o birra altrettanto scadente.


Non lo aveva notato subito per via del mantello con il cappuccio, un accessorio quanto mai desueto, che abbracciava la sua figura.


Si avvicinò quasi senza rendersi conto, attratto in modo incontrollato da qualcosa di indefinibile in quella figura.


L’uomo al tavolo tolse il cappuccio e il viso sottostante fece gelare il sangue al giovane.

Era, senza ombra di dubbio, un cinese!

Non era assolutamente ammissibile che un orientale fosse in una locanda inglese di medio livello!

Eppure l’uomo stava lì a guardarlo, sereno, zigomi alti, occhi intensi e una bocca finemente modellata;

Non sembrava consapevole di essere in un locale per bianchi, sembrava perfettamente a suo agio con una caraffa di vino e un sorriso bonario.


“Ciao Will, ti aspettavo”


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